
Il ritiro socialedegli adolescenti è un fenomeno del quale si parla sempre più spesso e che sembra essere in aumento. Chiariamo meglio cose si nasconde dietro questo termine e quali possono essere le cause di questo comportamento.
Il fenomeno per cui giovani ragazzi, prevalentemente maschi, si rinchiudono in casa, limitando i propri contatti col mondo esterno e rinunciando allo studio e al lavoro, viene osservato e studiato inizialmente in Giappone. A questa condizione viene dato il nome di hikikomori, che in giapponese significa isolarsi, ritirarsi.
La cultura giapponese presenta molti aspetti diversi dalla nostra che influenzano il fenomeno degli hikikomori (ad esempio la diversa concezione di ciò che è pubblico e ciò che è privato, la diversa educazione dei figli, il sistema scolastico, ecc.). Tuttavia, negli ultimi decenni si sono cominciati ad osservare comportamenti di ritiro sociale anche negli adolescenti e nei giovani adulti occidentali, che hanno subito ricordato questo fenomeno così tipicamente giapponese.
Innanzitutto, il ritiro sociale non è una patologia ma un comportamento. Consiste nel limitare, in gradi diversi, i propri contatti col mondo esterno, abbandonando la scuola e “rifiutando” relazioni con i coetanei, passando la maggior parte del tempo nella propria stanza. Questi comportamenti possono avere diversi livelli di gravità. In realtà, in Italia, comportamenti particolarmente estremi come non andare nemmeno in bagno o farsi passare il cibo sotto la porta dai genitori sono piuttosto rari, e la maggior parte dei ritirati in casa esce comunque dalla propria camera e spesso anche di casa per breve tempo.
E’ importante capire che i motivi per cui alcuni ragazzi si comportano in questo modo possono essere molti.
Se possiamo escludere altre cause scatenanti (ad esempio patologie psichiatriche, malattie fisiche, ecc.), quello che caratterizza questi adolescenti è spesso un profondo disagio legato al rapporto coi coetanei e con la società degli adulti.
Spesso l’episodio scatenante di questo comportamento è un atto di bullismo, o comunque è legato al ruolo dell’adolescente nel gruppo dei pari, al loro sguardo e all’immagine che sente di avere ai loro occhi. Ciò che spaventa questi ragazzi non è la prestazione scolastica, e infatti sono spesso molto intelligenti e preparati, ma il giudizio dei compagni. Di conseguenza, risulta negativo il giudizio su se stessi, visti come inadeguati, con un corpo nuovo e brutto, non accettati dalla società nella quale ci si aspetta che si inseriscano.
Dobbiamo inoltre tenere conto del tipo di società in cui questi ragazzi si ritrovano a diventare adulti: l’importanza dell’immagine, la mancata distinzione fra ciò che è intimo, privato, e ciò che è pubblico, la promozione di modelli vincenti e popolari, sono tutti aspetti che incidono sul ritiro sociale. In quest’ottica il ritiro sociale è anche una “protesta” dei ragazzi, un rifiuto di conformarsi agli standard irreali che gli vengono imposti. La protesta diventa però una forma di resistenza passiva, per cui non si ha un’esplicita ribellione, ma un tentativo di sottrarsi, di auto-escludersi dal mondo sociale.
Al ritiro sociale si accompagnano spesso varie forme di dipendenza da internet. Passare molto tempo su internet, soprattutto se si tratta di giochi e relazioni on line, è tuttavia per questi ragazzi un tentativo di combattere il proprio disagio. Possiamo addirittura dire che i ritirati sociali che usano internet sono comunque meno gravi di quelli che non lo usano.
Nell’occuparsi degli adolescenti ritirati sociali, sia i genitori che i clinici devono quindi mantenere aperto un canale di comunicazione, che permetta di interessarsi autenticamente a quello che accade ai ragazzi e comprendere quale significato ha il loro comportamento. Forzarli ad uscire ha solo l’effetto contrario, così come proibire internet spesso aumenta il loro disagio.
Occorre sicuramente avere la pazienza di entrare gradualmente nel loro mondo, con un reale e profondo rispetto per la loro protesta. Solo in questo modo sarà possibile stabilire una prima relazione di fiducia, che consenta poi di affacciarsi ad altre relazioni nel mondo esterno.
Dal punto di vista operativo, gli psicologi che si sono occupati del fenomeno hanno elaborato strategie di intervento ad hoc, basate sulla collaborazione fra diversi professionisti (ad es. educatori)e sul lavoro con i genitori. Hanno inoltre modificato le regole della terapia in modo da venire incontro alle esigenze di questi ragazzi e andarli a “cercare” là dove si sono ritirati.
–> Da leggere: M. Lancini (a cura di) Il ritiro sociale in adolescenza: la solitudine di una generazione iperconnessa, Raffaello Cortina Editore.