Le emozioni durante il lockdown

Sono diversi gli aspetti psicologici ed emotivi coinvolti nella situazione di lockdown che ci siamo trovati a vivere all’inizio della diffusione del COVID-19 in Italia, e questi vissuti hanno ripercussioni anche sul nostro modo di affrontare le fasi successive.

Un primo vissuto da considerare è sicuramente l’ansia. Parliamo di ansia, e non di paura, proprio per le caratteristica particolare della minaccia: l’indeterminatezza. Anche se l’oggetto era presente e chiaramente identificato (il virus), si trattava di un oggetto per sua natura poco definito e “in agguato” nei gesti quotidiani, non così immediatamente evitabile. Persone che non si consideravano ancora anziane, si sono trovate davanti ad una minaccia concreta e al pensiero di poter morire, e le categorie non considerate altrettanto a rischio hanno comunque provato l’angoscia di perdere qualcuno a loro vicino.

All’inizio del periodo in cui è stato decretato il lockdown, si è assistito a risposte di negazione, intesa in queste prime fasi in senso adattivo. Risposte di questo tipo sono infatti normali nelle situazioni di emergenza, servono ad attivarsi per ricercare una soluzione davanti al pericolo, a ricercare la vicinanza e l’aiuto degli altri, e dimostrano che c’è ancora la speranza di poter cambiare la situazione (negare il pericolo perché si spera di sconfiggerlo). È stato il momento in cui molte persone riferivano una sensazione di unità, di coesione di fronte ad una difficoltà comune, momento ben simboleggiato da iniziative quali i canti dai balconi.

Il protrarsi dello stato di minaccia però, soprattutto se è incerta la sua fine, fa sì che questa difesa venga meno. Si attivano sistemi diversi, quelli che si vedono quando persone e animali sono sottoposte ad uno stress prolungato senza possibilità di reagire. Emergono allora più spesso sentimenti depressivi, di angoscia di perdita o di rabbia per l’impotenza. La rabbia può manifestarsi contro qualcuno o qualcosa di esterno considerato responsabile della sofferenza.

Ripensare quello che abbiamo vissuto

Nelle settimane successive alla fine del lockdown abbiamo assistito a diverse polemiche incentrate sulla difficoltà di ripartire, di trovare un compromesso fra un comportamento responsabile e prudente e la necessità di riprendere la propria vita quotidiana. Trovare quanto compromesso mette necessariamente in gioco emozioni e aspetti  irrazionali. La scelta fra riprendere alcune attività o meno non è infatti solo una scelta guidata da considerazioni oggettive, potremmo dire statistiche, anche perché le informazioni che le persone hanno sono spesso poco definite e non consentono di darsi regole chiare da seguire. In un terreno così incerto, è facile che si attivino meccanismi di difesa che ci proteggano dall’incertezza e ci forniscano sicurezza laddove non la sentiamo. Assistiamo così a prese di posizione assolute e schieramenti che si contrappongono (pensiamo alle polemiche sulle mascherine, che hanno coinvolto addirittura diversi capi di stato) e all’emergere di rabbia e contrapposizioni (accusare chi esce di essere un pericolo, oppure al contrario colpevolizzare chi non riprende la propria vita e causa un danno all’economia).  Questi fenomeni sono sicuramente favoriti dal carattere indefinito della minaccia che affrontiamo, che ancora non conosciamo a fondo e non sappiamo come contrastare, e dai conseguenti messaggi contraddittori che vengono dati alla popolazione.

Dal punto di vista psicologico, c’è però anche un aspetto difensivo in questi fenomeni. Reazioni di rabbia e contrapposizione sembrano legate ad una generale risposta di negazione, che abbiamo visto dalla fine del lockdown fino ad oggi. Sembra infatti che l’esperienza vissuta nei mesi più difficili della pandemia non sia stata elaborata e ripensata, ma si sia andati avanti senza concedersi il tempo di trovare un posto nella nostra mente per quello che era accaduto. Dietro a comportamenti diversi ci può quindi essere comunque un tentativo di “cancellare” quello che abbiamo vissuto e provato. Che si tratti di riprendere la propria vita come se niente fosse o piuttosto restare prigionieri di ansie e paure, in entrambi i casi manca una rielaborazione di quello che è stato. Questa elaborazione sembra assente ad un livello più ampio rispetto a quello dei singoli individui. Se infatti è rimasta l’ansia e la paura di una minaccia che incombe ancora su di noi, sembriamo esserci dimenticati invece dei sentimenti e delle emozioni provate durante il lockdown. Si parla quindi ancora molto del virus e di come combatterlo nei prossimi mesi, ma è assente dal dibattito una riflessione sulla sofferenza provata, sul dolore di chi ha perso qualcuno, sulla perdita vissuta da molti studenti che non hanno potuto andare a scuola, e sull’impatto psicologico delle immagini che abbiamo visto. Possiamo dire che è assente una dimensione depressiva, legata quindi ad una rielaborazione. Quello che ci siamo trovati ad affrontare è a tutti gli effetti un trauma, ci ha posto di fronte alla paura di morire o di perdere i nostri cari. Inoltre, abbiamo fatto esperienze completamente inattese, che la nostra mente faceva fatica a metabolizzare perché sembravano impossibili fino al giorno prima. L’incredulità è stata il sentimento più espresso nelle fasi iniziali (“non avrei mai creduto di vedere una cosa del genere nella mia vita”). Sono venuti meno quei contenitori che ci rassicuravano, che davamo per scontati e che conferivano un senso e un ordine alla nostra vita. Tutti questi aspetti, che sono quelli caratteristici del trauma, hanno necessariamente un impatto sulla mente che non possiamo evitare di guardare. I traumi non rielaborati, infatti, finiscono per incidere nella vita dell’individuo, condizionando le sue emozioni e i suoi sentimenti, facendolo sentire senza il controllo della propria mente. Questo avviene quando la mente umana si trova a vivere esperienze per le quali non è attrezzata, quando mancano gli strumenti per dare un senso a quello che succede. L’esperienza traumatica ha quindi un effetto destabilizzante sull’organizzazione mentale dell’individuo, e porta a vissuti di ansia, depressione, mancanza di fiducia e apatia. Andare avanti deve essere un reale superamento di quello che accaduto, con tutta la sofferenza che si porta dietro questa consapevolezza, e non un semplice sguardo rivolto al futuro perché abbiamo paura di guardarci indietro.

In psicoterapia, per curare il trauma bisogna innanzitutto “vederlo” insieme. Allo stesso modo i traumi che abbiamo vissuto tutti in questo periodo, e in particolare i soggetti più fragili e con meno strumenti come i bambini, vanno necessariamente rivisti insieme e non cancellati. Appare quindi fondamentale nei prossimi mesi riprendere un discorso su emozioni e sentimenti vissuti durante le fasi più gravi della pandemia e condividerlo in modo da potergli dare un senso.

Convivere con il virus

Una volta conclusa la fase di emergenza che ha caratterizzato i primi mesi della pandemia in Italia, e una volta raggiunta una situazione che si mantiene per il momento sotto controllo, ci troviamo necessariamente ad affrontare il problema della convivenza col virus. La particolarità di questa minaccia, come abbiamo ormai compreso, è di non arrivare mai ad un rischio pari a zero. Questo aspetto contribuisce sicuramente ad attivare vissuti di ansia, perché il pericolo rimane sempre presente, in una misura che non ci è facile quantificare. Da un lato quindi si può essere portati a minimizzarlo, dall’altro a rimanere bloccati dalla paura. Il rischio a cui siamo soggetti è realmente incerto, e i numeri ci aiutano fino ad un certo punto a quantificarlo, perché ovviamente ci parlano di probabilità, cosa che di per sé comunica incertezza. Al di là delle necessarie misure da adottare per diminuire il rischio e proteggere se stessi e gli altri, sembra però che vedere le due posizioni come opposte e in contrapposizione fra loro non aiuti ad elaborare le emozioni negative connesse a questa fase. Si è visto spesso che il dibattito si è concentrato sul tentativo di quantificare il rischio, e decidere quindi in modo assoluto che l’emergenza è finita o al contrario ci siamo dentro, che dobbiamo lasciarci tutto alle spalle o che siamo in attesa di una nuova emergenza ancora peggiore. Mettere l’accento su questa contrapposizione di due poli opposti non sembra portarci molto lontano.

Dal momento che nei prossimi mesi sarà necessario adattarci in qualche modo a questo stato di incertezza e alla presenza di una possibile minaccia, appare più utile concentrare i nostri sforzi sulla tutela della salute mentale. Diverse ricerche hanno già evidenziato un aumento di disturbi psichiatrici in seguito alla pandemia, e la prevenzione e la cura diventano in questo scenario un aspetto che non ci si potrà più permettere di trascurare.

Inoltre, come detto in precedenza, poter ripensare, condividere e dare un senso a quanto vissuto e a quello che vivremo sarà fondamentale per limitare l’impatto psicologico del virus e la sofferenza psichica ad esso legata. Poter entrare in contatto con le proprie paure, poterle esprimere e condividere con gli altri, invece di doverle negare e “annullare”, consentirebbe di alleggerire il peso dell’insicurezza che ciascuno di noi sente, e appare pertanto imprescindibile promuovere degli spazi adeguati per poterlo fare.

Bibliografia:

  • C. Pirrongelli: Le diverse emozioni della pandemia, SPIWeb, 19 maggio 2020.

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